NAUSEA E VOMITO IN GRAVIDANZA ?
SEGNO di EMBRIONE "DI GRANDE QUALITÀ "

Nausee e vomito in gravidanza sarebbero indice della presenza di un embrione di 'alta qualità' e di un tasso normale o elevato di iodio nella madre

Poco piacevoli ma ‘buon segno’, come già sostenevano le nostre nonne. Nausee e vomito in gravidanza sarebbero infatti indice della presenza di un embrione di ‘alta qualità’ e di un tasso normale o elevato di iodio nella madre.
La relazione tra questi disturbi e un buon decorso della gravidanza era già conosciuta, ma si è cercato di scoprire la ragione scientifica esaminando circa 200 studi sul tema.
Fisiologicamente, ml’embrione si ‘impossessa’ della tiroide della madre perché ha bisogno di iodio per lo sviluppo cerebrale e sono le maggiori quantità prodotte a causare le nausee e il vomito materno.
L’intensità di questi sintomi è anche legata alla quantità di iodio presente nell’alimentazione materna.

E’ quindi possibile attenuarli riducendo la quantità di sale iodato, di latticini, di carne. Ma serve ricordare che la carenza di iodio può avere effetti negativi sul feto. E’ fondamentale quindi mantenere un livello equilibrato

L'immagine può contenere: 1 persona, occhiali, fiore, cappello e spazio all'apertoLA MATERNITÀ DOPO I 40 ANNI RINGIOVANISCE

Una mamma più matura si tiene in allenamento e fa crescere bene i figli

La vita si è allungata e la maternità non è più quella di una volta. Quando si rimaneve incinta subito dopo il matrimonio e entro i 25 anni si avevano almeno due bambini. Oggi la maternità dopo i 40 anni è non solo la regola, ma apporta anche i suoi effetti benefici.

Già nel 2012 The Times pubblicava una pagina dal titolo “Il segreto per non invecchiare: un bambino dopo i quarant’anni”. L’articolo sottolineava che di solito si tende a parlare delle gravidanze nelle donne più grandi solo in termini negativi senza notare quello che c’è di positivo nella maternità dopo i 40 anni.

Maternità dopo i 40 anni.

Le mamme giovani oggi si trovano in difficoltà.
Non capiscono quale sia l’età giusta per avere un bambino e si trovano divise tra la necessità di libertà e il dubbio di diventare genitore. I tempi moderni inoltre, non consentono sempre di realizzarsi subito dopo gli studi. Ecco che allora, per raggiungere una stabilità emotiva ed economica si tende ad aspettare per avere figli.

Dividersi tra carriera e la cura dei piccoli fa scaturire un risentimento per il fatto che la famosa parità tra sessi non esiste. Soprattutto in ambito lavorativo. Invece la maternità dopo i 40 anni può essere una nuova e soddisfacente direzione dopo una sicurezza lavorativa e una maturità più consapevole.

La maternità dopo i 40 anni come elisir di giovinezza

È una questione di ormoni rilasciati dalla gravidanza e dal parto. E anche una palestra. Diventare mamme dopo i 40 anni vuol dire tanto esercizio fisico e mentale. Memoria, attenzione e movimento che senza pargoli, probabilmente non esisterebbero. Ma l’aspetto più interessante della maternità dopo i 40 anni è quello che riguarda la soddisfazione personale. A prescindere dal lavoro, l’aver vissuto una giovane età pienamente, rende più forti, più sicure e meno inclini ai rimpianti. E questo non può che far bene a qualunque bambino.

GRAVIDANZA

TEST DI SCREENING PRENATALI

Test di screening e di diagnosi prenatale: quali le differenze?

Sui test di screening e di diagnosi prenatale regna molta confusione, e sono molte le neomamme che hanno dubbi che andrebbero chiariti. Ecco quali sono le differenze e a cosa servono.

La gravidanza , oltre a essere un evento di grande gioia per i genitori – specie per la futura mamma – è però anche un momento in cui sorgono molti dubbi.
Spesso però non è facile trovare le risposte. In particolare quando si tratta di screening prenatale, come il test del DNA fetale o test diagnostici. Ma quali sono le differenze?

Sapere se il bambino sta bene.

Uno dei desideri primari di una donna in gravidanza è sapere che il bambino che porta in grembo stia bene.
Per conoscere per esempio lo stato di salute del feto e se questo è affetto o no da malattie genetiche è necessario eseguire dei test. Quelli effettuabili si dividono tra test di diagnosi non invasivi, o test di screening prenatale, e test invasivi o test di diagnosi prenatale.

Le differenze
«I test di screening prenatale hanno la caratteristica di combinare analisi biochimiche sul sangue materno a esami ecografici, e rivelano esiti anomali paragonando i valori ottenuti con dei valori standard – spiegano gli esperti di Sorgente – Questi esami non mettono a rischio la salute della donna o quella del feto, pertanto sono completamente sicuri.
I test di screening non forniscono una diagnosi ma si dicono di tipo probabilistico, poiché calcolano la percentuale di probabilità che siano presenti anomalie nel feto (come trisomie o spina bifida). Non tutti i test di screening prenatale hanno le stesse percentuali di attendibilità».

Quelli basati sull’esame del sangue

«Il Bi test, il Tri test e il Quadri test sono basati su un’analisi del sangue (in cui vengono analizzati i valori di alcune proteine nel sangue) e su un’analisi ecografica, la translucenza nucale, che permette di effettuare delle misurazioni sul feto – aggiungono gli esperti – L’attendibilità di questi esami è circa dell’85%1».

Il test del Dna
«Fra i test di screening prenatale rientra anche il test basato sull’analisi del DNA fetale. Questo tipo di test si svolge semplicemente su un campione di sangue materno, nel quale vengono individuati, grazie a tecniche avanzate, alcuni frammenti di DNA del feto. Il test del DNA fetale ha un tasso di affidabilità molto elevato, pari al 99,9%2 e individua le principali anomalie genetiche e cromosomiche, come la trisomia 13 e 18».

I test invasivi
«Fra gli esami definiti ‘diagnostici’ rientrano i test invasivi come amniocentesi, villocentesi e cordocentesi. Questi test analizzano campioni di liquido o di tessuto fetali, così da fornire una diagnosi certa sullo stato di salute del feto. Gli esami si basano su un prelievo tramite siringa direttamente attraverso la pancia della mamma: con l’amniocentesi si preleva un campione di liquido amniotico, con la villocentesi un campione di tessuto placentale mentre con la cordocentesi un campione di sangue cordonale. Tali esami, essendo invasivi, hanno una percentuale di rischio di aborto pari all’1%».

Uno o l’altro?
La scelta di sottoporsi a un test di screening prenatale o direttamente a un test invasivo è basata sull’eventuale presenza di fattori di rischio nella madre (come età avanzata o presenza di mutazioni genetiche ereditabili). Il proprio ginecologo saprà guidare nella scelta ROMA - La prima gravidanza, oltre a essere un evento di grande gioia per i genitori – specie per la futura mamma – è però anche un momento in cui sorgono molti dubbi. Spesso però non è facile trovare le risposte. In particolare quando si tratta di screening prenatale, come il test del DNA fetale o test diagnostici. Ma quali sono le differenze?

Sapere se il bambino sta bene
Uno dei desideri primari di una donna in gravidanza è sapere che il bambino che porta in grembo sta bene. Per conoscere per esempio lo stato di salute del feto e se questo è affetto o no da malattie genetiche è necessario eseguire dei test. Quelli effettuabili si dividono tra test di diagnosi non invasivi, o test di screening prenatale, e test invasivi o test di diagnosi prenatale.

Le differenze
«I test di screening prenatale hanno la caratteristica di combinare analisi biochimiche sul sangue materno a esami ecografici, e rivelano esiti anomali paragonando i valori ottenuti con dei valori standard – spiegano gli esperti di Sorgente – Questi esami non mettono a rischio la salute della donna o quella del feto, pertanto sono completamente sicuri. I test di screening non forniscono una diagnosi ma si dicono di tipo probabilistico, poiché calcolano la percentuale di probabilità che siano presenti anomalie nel feto (come trisomie o spina bifida). Non tutti i test di screening prenatale hanno le stesse percentuali di attendibilità».

Quelli basati sull’esame del sangue
«Il Bi test, il Tri test e il Quadri test sono basati su un’analisi del sangue (in cui vengono analizzati i valori di alcune proteine nel sangue) e su un’analisi ecografica, la translucenza nucale, che permette di effettuare delle misurazioni sul feto – aggiungono gli esperti – L’attendibilità di questi esami è circa dell’85%1».

Il test del Dna
«Fra i test di screening prenatale rientra anche il test basato sull’analisi del DNA fetale. Questo tipo di test si svolge semplicemente su un campione di sangue materno, nel quale vengono individuati, grazie a tecniche avanzate, alcuni frammenti di DNA del feto. Il test del DNA fetale ha un tasso di affidabilità molto elevato, pari al 99,9%2 e individua le principali anomalie genetiche e cromosomiche, come la trisomia 13 e 18».

I test invasivi
«Fra gli esami definiti ‘diagnostici’ rientrano i test invasivi come amniocentesi, villocentesi e cordocentesi. Questi test analizzano campioni di liquido o di tessuto fetali, così da fornire una diagnosi certa sullo stato di salute del feto. Gli esami si basano su un prelievo tramite siringa direttamente attraverso la pancia della mamma: con l’amniocentesi si preleva un campione di liquido amniotico, con la villocentesi un campione di tessuto placentale mentre con la cordocentesi un campione di sangue cordonale. Tali esami, essendo invasivi, hanno una percentuale di rischio di aborto pari all’1%».

Uno o l’altro?
La scelta di sottoporsi a un test di screening prenatale o direttamente a un test invasivo è basata sull’eventuale presenza di fattori di rischio nella madre (come età avanzata o presenza di mutazioni genetiche ereditabili).

Il proprio ginecologo saprà guidare nella scelta del test prenatale più adatto.

TUMORI MAMMELLA:
TOMOSINTESI
Nuovo macchinario per la prevenzione

Una nuova metodica individua le piccole lesioni al seno delle donne. Continua l'innovazione nella prevenzione del tumore.

Prevenzione, screening, diagnosi precoce del tumore al seno sono parole chiave per la salute della donna.
Prevenire è fondamentale perché individuare un tumore molto piccolo aumenta notevolmente la possibilità di curarlo.

La mammografia con tomosintesi non è diversa rispetto alla normale mammografia, si ottengono molte più immagini della mammella grazie alla rotazione dello strumento che ne fornisce una rappresentazione tridimensionale e permette di individuare più facilmente lesioni come masse e microcalcificazioni.

L’osservazione dei diversi strati del seno consente di rilevare lesioni anche nei seni densi e seni giovanili, più difficili da “leggere” e che possono dare origine a dubbie interpretazioni diagnostiche.

La durate dell’esame e il tempo di esposizione con la tomosintesi sono equivalenti all’esame tradizionale.

Questa metodica, disponibile solo in alcuni centri Italiani, permette una maggior accuratezza nell’analisi del seno ed è utile anche nei casi di accertamento di una sospetta lesione. Un vero traguardo nella prevenzione del tumore al seno.

L'immagine può contenere: sMSPAP-TEST

Cos’è il pap test, come si esegue, come interpretare il referto e il rischio cancro

Il pap-test (o pap test) è un esame che viene effettuato a scopo preventivo – come test di screening – nelle donne dai 25 fino a 65 anni.

Cos’è il Pap-test?

Il Test di Papanicolaou – popolarmente chiamato Pap Test – è un esame clinico citologico, che osserva cioè le cellule (e le sue eventuali alterazioni) del collo (cervice) dell’utero. Il nome deriva dal medico – Georgios Papanicolaou – che diede origine a tale esame intorno agli anni Quaranta.

Come si esegue il Pap test

L’esecuzione del test e molto semplice e indolore: si prelevano alcune cellule del tessuto della cervice uterina e del canale cervicale. Il tutto in maniera molto delicata, utilizzando una piccola spatolina denominata spatola di Ayre.
Per la zona intracervicale spesso si utilizza invece un tampone simile a quello che si usa per il cavo orale. Il medico, una volta prelevate le cellule, avrà cura di fissarle in un vetrino e inviarle a un laboratorio di analisi.

Paptest in pratica

Il medico chiede alla paziente di togliersi i vestiti e sdraiarsi su un lettino ginecologico che aiuta a divaricare le gambe

Il medico utilizzerà uno strumento che aiuterà a dilatare la vagina, chiamato Speculum
Verrà quindi inserita una sorta di spatola in legno che raccoglierà le cellule sfaldate di utero e canale cervicale

In totale l’esame dura circa una decina di minuti

A cosa serve il Pap test

Il pap-test serve a diagnosticare un eventuale tumore del collo dell’utero o carcinoma della cervice uterina. A differenza di quanto si creda è molto importante fare uno screening ogni uno-tre anni, perché si tratta di una patologia a progressione lenta.
Per cui, se viene diagnosticato in tempo ci sono molte probabilità di essere curati nel migliore dei modi.

Altri accorgimenti da seguire

Al pap test è consigliato affiancare anche l’esame del DNA virale per escludere la presenza di Papilloma Virus umano (HPV) fortemente associato alla presenza di carcinomi.
Secondo le ultime ricerche, infatti, tali patogeni trasferiscono il proprio DNA alle nostre cellule facendole moltiplicare in maniera eccessiva. Anche se è importante sottolineare che molte infezioni regrediscono in maniera del tutto spontanea.

Come prepararsi al Pap-Test

Nelle 48 ore precedenti al pap test è bene evitare rapporti sessuali, così come l’utilizzo di farmaci, candelette, irrigazioni, ovuli vaginali, tamponi e soluzioni intime. L’utilizzo di contraccettivi orali, invece, non falsa i risultati del test.

Si può eseguire il Pap test durante il ciclo mestruale?

Durante il ciclo mestruale è preferibile astenersi dall’eseguire il test, ma è possibile mantenere la spirale intrauterina senza che vi siano falsi positivi o negativi.

Si può eseguire il pap-test in gravidanza?

Sì, il pap test può essere eseguito senza alcun problema anche durante la gestazione.

Come leggere il referto

I laboratori hanno quasi totalmente abbandonato il referto numerico, sostituito con il Sistema Bethesda 2001 (TBS 2001)

Se il risultato non è negativo, sono necessari ulteriori approfondimenti diagnostici come la colposcopia con biopsia.

FASI LUNARI
POSSIBILI INFLUENZE SUL PARTO

Esiste un legame tra le fasi lunari e il parto?
Se la risposta è sì, in che modo possiamo sfruttare la conoscenza del ciclo lunare per prevedere e organizzare la nascita del nostro bambino?

Fasi lunari e possibili influenze sul parto
Se non facciamo fatica a credere che la luna possa influenzare il taglio di unghie e capelli, i periodi della semina e dei lavori agricoli, la conservazione degli alimenti e mille altri aspetti della nostra vita quotidiana, perché dubitare a priori dell’influenza della luna sull’esito e sviluppo del parto?

In fin dei conti la Luna influisce sulla Terra attraverso la forza elettromagnetica e la forza di gravità. Queste forze di per sé intangibili diventano visibili grazie ai fenomeni delle maree, che muovono immense quantità d’acqua facendo innalzare il livello del mare anche di alcuni metri.

L’acqua è anche il componente principale del corpo umano, rappresentando in media un 75% del suo peso e, sempre pensando al rapporto del corpo umano con l’acqua, non possiamo dimenticare che il feto aspetta il momento di venire alla luce completamente immerso nel liquido amniotico.

Da sempre l’influenza della luna su un momento tanto importante come il parto ha suscitato l’interesse di studiosi e operatori del settore e, grazie a questo interesse, sono stati portati a termine molti studi con esiti diversi.

Secondo alcuni ad esempio durante i giorni di luna crescente si avrebbe un incremento notevole delle nascite, mentre altri identificano i giorni di luna nuova come specialmente favorevoli al parto. Altri studi inoltre smentiscono la presunta influenza delle fasi lunari sui parti, analizzando dal punto di vista statistico le date di nascita di un campione e suddividendole a seconda della fase lunare presente al momento del parto.

Ovviamente i parti si verificano in corrispondenza di tutte le fasi lunari, però molte ostetriche riferiscono di aver notato una prevalenza di alcuni tipi di parto rispetto ad altri a seconda della fase lunare in cui si verifica. Alcune sale parto addirittura organizzano doppi turni in corrispondenza di determinate fasi lunari per poter attendere un boom di nascite previsto proprio quella notte.

Per esempio, da uno studio portato a termine dall’ostetrica spagnola Lina Abellán Martínez analizzando un campione di più di 7000 parti, risulta quanto segue:
In fase di luna calante si verificherebbero più rotture delle acque con liquido amniotico scuro.
In fase di luna calante o luna nuova si verifica la maggior parte dei parti spontanei.
In fase di luna crescente o luna piena sono stati riportati più casi di induzioni con dilatazione lenta, minacce di parto prematuro e una maggiore incidenza di parti cesarei.
Anche la fecondazione sembrerebbe essere soggetta all’influenza delle forze magnetiche scatenate dalle fasi lunari: la tradizione popolare ritiene infatti che se il concepimento avviene in luna crescente darà vita a un bel maschio, mentre se il concepimento si svolge in luna calante nascerà una bella femminuccia.

Ovviamente dal punto di vista scientifico è difficile arrivare a dimostrare o spiegare queste teorie, ma anche senza bisogno di dimostrazioni certe possiamo limitarci a lasciarci trasportare dal fascino e dalla suggestione che la Luna da sempre esercita sull’essere umano e decidere se credere o no che possa influenzare anche il momento della nascita di un bimbo

MENINGITE E GRAVIDANZA: bisogna vaccinarsi ?
La vaccinazione IN GRAVIDANZA non comporta rischi.

Molti italiani stanno chiedendo la vaccinazione contro il meningococco C.
Per le donne in gravidanza non è tra le vaccinazioni raccomandate: volendo si può farla, ma sarebbe meglio preoccuparsi dell'influenza.

GRAVIDANZA E DINTORNI – A giudicare dalle cronache, che riferiscono di centri vaccinali presi d’assalto e non solo in Toscana (per esempio a Roma e in Piemonte), sembra che oggi tutti vogliano vaccinarsi contro la meningite. Anche se il Ministero della Salute ha precisato che non è in corso un’epidemia e i casi registrati nel 2016 sono in linea con quelli degli anni precedenti (anzi, sono stati anche un po’ meno), la richiesta non si ferma. In questo articolo ci occupiamo di gravidanza e dintorni, dunque inevitabile chiederselo: in gravidanza si può fare il vaccino contro la meningite? E se sì, ha davvero senso farlo?

Per cominciare, va chiarito subito che di meningite – un’infiammazione delle membrane che rivestono il sistema nervoso centrale, chiamate appunto meningi – non ce n’è una sola, ma varie forme provocate da vari agenti infettivi, sia virus sia batteri. Le forme virali sono più frequenti, ma in genere benigne e si risolvono relativamente in fretta senza lasciare conseguenze. Quelle batteriche sono più rare, ma anche più pericolose. I responsabili principali sono Neisseria meningitidis (il meningococco, di cui si conoscono vari tipi come B e C, i più diffusi in Italia e in Europa), Streptococcus pneumoniae (lo pneumococco) ed Haemophilus influenzae B (emofilo di tipo B). Più raramente possono essere coinvolti altri batteri come Escherichia coli, il bacillo della tubercolosi o Listeria monocytogenes.

In generale, dunque, l’idea di vaccinarsi in gravidanza contro la meningite è riferita più alla difesa della madre che a quella del feto. Ma è possibile farlo? I vaccini disponibili sono diversi: contro il meningococco C (in forma monovalente e tetravelente, associato a protezione contro i tipi A, W e Y), contro il meningococco B, contro l’emofilo e contro lo pneumococco. “Poiché sono tutti vaccini inattivati, costituiti da piccole porzioni inoffensive del microrganismo d’origine, nessuno di questi è controindicato in gravidanza” .

Di fatto sono tutti considerati sicuri per le donne incinte, con qualche cautela in più per lo pneumococco, perché i dati disponibili in letteratura sui suoi effetti in gravidanza sono pochi”.

Questo però non significa che siano anche raccomandati. Anzi, per la popolazione generale delle donne incinte (come in generale per gli adulti) di fatto non lo sono.
Queste vaccinazioni diventano raccomandate in gravidanza solo in situazioni di rischio. Per esempio se la donna ha particolari condizioni mediche, indipendenti però dalla gravidanza stessa, come l’assenza della milza, oppure se deve viaggiare in aree dove la meningite è molto diffusa o, ancora, se è entrata in contatto con un malato”. In questi casi la vaccinazione andrebbe fatta. Se possibile, meglio nel secondo o terzo trimestre, sia per estrema cautela rispetto al rischio di interruzione spontanea di gravidanza (più frequente nel primo trimestre), sia per favorire il passaggio di una certa protezione anche al nascituro.

Anche la Toscana, la regione al momento nell’occhio del ciclone perché dal 2015 ha contato un numero decisamente superiore alla media di casi di meningite, provocati in maggioranza da un ceppo particolarmente aggressivo di meningococco C, non ha fornito indicazioni particolari per le donne in gravidanza. Ha però avviato una campagna vaccinale straordinaria che comprende, tra le altre iniziative, anche l’offerta gratuita del vaccino agli adulti (dunque anche donne incinte) che ne facciano richiesta, se vivono nelle zone più colpite dal focolaio epidemico.

Insomma, non sembrano esserci le condizioni perché una donna incinta debba preoccuparsi di farsi vaccinare contro la meningite.

La vaccinazione è comunque consigliabile nelle situazioni a rischio.

L'immagine può contenere: una o più persone, oceano, cielo, spazio all'aperto e naturaSMALTO IN GRAVIDANZA : SI O NO ?

Si può mettere lo smalto in gravidanza? Sì, ma seguendo alcune accortezze. Ecco cosa si può fare e cosa no.

Mettere lo smalto in gravidanza fa male? Le fanatiche della manicure possono stare tranquille anche se sarebbe preferibile qualche attenzione in più.

La dolce attesa ti fa bella e questo è noto. Spesso, però, si cerca di apparire ancora più al top cercando di dimagrire in gravidanza o conservando la beauty routine. Ma si può mettere lo smalto in gravidanza? I dubbi non mancano e, come per la tinta per capelli, non è il caso di rinunciare alla cura del corpo, l’importante è solo seguire qualche accortezza.

Mettere lo smalto in gravidanza fa male?

In generale i medici consigliano di non usare lo smalto nei primi tre mesi di gravidanza, perché il primo trimestre rappresenta la fase più delicata per lo sviluppo del feto, e invitano le future mamme a toglierlo qualche giorno prima rispetto alla data presunta del parto perché se per qualche ragione fosse indispensabile un parto cesareo trattandosi di un intervento chirurgico a tutti gli effetti i medici potrebbero aver bisogno di controllare le unghie per identificare prontamente eventuali versamenti di sangue.

 

Lo smalto in gravidanza si può mettere!

Detto questo, però, lo smalto in gravidanza si può mettere eccome. L’importante è solo scegliere prodotti di buona qualità, fare attenzione che lo smalto non finisca sulla pelle e ricordarsi di areare bene la stanza quando si utilizzano acetone e colori. Lo smalto, di per sé, non è dannoso per il feto perché non viene assorbito a livello circolatorio.

 

Unghie deboli e smalti ad hoc

L’unica difficoltà potrebbe riguardare il benessere delle unghie che, nel periodo della gestazione, sono già più fragili del solito (e questo è il motivo per cui generalmente viene sconsigliata la ricostruzione delle unghie in gravidanza) perché il ferro, l’acido folico e il silicio vengono forniti in gran quantità dalla mamma al feto. In alternativa al classico smalto, quindi, qualora le unghie sembrassero particolarmente deboli (o tendenti allo sfaldamento) il consiglio è di privilegiare prodotti ad hoc che contengono silicio e calcio o gel alla vitamina E. Il risultato? Unghie più forti e una manicure assolutamente perfetta!

Copyright foto: Fotolia

MAMMOGRAFIA : OGNI QUANDO VA FATTA ?

Ci sono donne che dovrebbero ripetere la mammografia ogni anno e altre ogni due anni.
Perché non esiste una frequenza ideale valida per tutte.

In Italia, il programma di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno, in quasi tutte le regioni, consente alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni di effettuare una mammografia gratuita ogni due anni. In realtà, non c’è una frequenza ideale in assoluto: tutto dipende dalle condizioni di rischio e dalle caratteristiche di ogni donna.

Ogni due anni se il rischio è basso

Dall’analisi dei dati, si è visto che le donne fra i 50 e i 74 anni senza particolari fattori di rischio per il tumore al seno possono tranquillamente sottoporsi alla mammografia ogni due anni: questo intervallo riduce i falsi positivi e non aumenta la mortalità. Invece, le donne con un seno più denso e a più alto rischio dovrebbero fare un controllo annuale: nella casistica considerata, infatti, quelle che hanno eseguito la mammografia ogni anno hanno visto ridursi il rischio di morte.

Ideali i controlli “su misura”
Gli esperti hanno concluso che è importante non generalizzare: ogni caso andrebbe analizzato a sé. Solo dopo aver preso in considerazione la storia clinica personale e famigliare della singola donna si può suggerire l’intervallo di tempo più sicuro fra una mammografia e l’altra.

TUMORE AL SENO : SAI FARE L'AUTOPALPAZIONE?

Conoscete bene il vostro corpo, o meglio il vostro seno?
Nella prevenzione del tumore alla mammella, l’autopalpazione è uno dei primi e più importanti strumenti che avete a disposizione e che potete fare tranquillamente a casa vostra, davanti a uno specchio. Con l’autoesame imparerete a conoscere la struttura e l’aspetto del vostro seno e, di conseguenza, ad accorgervi precocemente dei cambiamenti.

Quando iniziare a farla?
Già a partire dai 20 anni sarebbe bene svolgerla una volta al mese o una volta ogni due mesi tra il 7° e il 14° giorno del ciclo.

Come farla?
1. Mettetevi davanti a uno specchio in una stanza ben illuminata;
2. Osservate il seno sia di fronte che di profilo prima con le braccia stese lungo i fianchi e successivamente con le braccia alzate sopra la testa alla ricerca di eventuali irregolarità nel contorno o alterazioni nella forma del capezzolo (ricordate, però, che quasi mai le due mammella sono identiche!);
3. Continuate l’osservazione portando le mani sui fianchi, contraendo i muscoli pettorali e piegandovi in avanti;
4. Iniziate l’autopalpazione piengando un braccio dietro la testa e facendo scorrere sul seno la mano a piatto per quadranti.
In questo modo potrete cogliere eventuali noduli o indurimenti;
5. Continuare ad esamire il seno con movimenti a piatto e per quadranti dall’interno verso l’esterno e viceversa;
6. Per concludere, premete leggermente il capezzolo tra pollice e indice per rilevare eventuali fuoriuscite di liquido.

Quando preoccuparsi e richiedere una visita specialistica?
A differenza di quanto si possa pensare, il dolore raramente è sintomo di tumore al seno, ma andrebbe comunque riferito al proprio medico. I segnali che devono allarmare e spingere a un approfondimento sono i seguenti:
– Una o più formazioni nodulari della mammella;
– Protuberanze o ispessimenti della mammella o della zona ascellare;
– Variazioni nella forma e nella dimensione della mammella;
– Fuoriuscita di liquido dal capezzolo;
– Infossamenti o rilievi sulla superficie;
– Cambiamenti nell’aspetto della pelle, del capezzolo o dell’areola come gonfiori, arrossamenti, oppure sensazione di calore.

Pagina 1 di 3

DOTTORI.IT

© 2019 Borroni Filippo. All Rights Reserved.

Utilizzando il nostro sito web, si acconsente all'uso dei cookie anche di terze parti. LEGGI